23 agosto: questa notte ci uniamo alle torme di palestinesi che, un passo dopo l’altro, attraversano il check-point che divide Betlemme da Gerusalemme. Nonostante i pochi chilometri che separano le città, quanti lavorano a Gerusalemme e risiedono in territorio palestinese sono costretti ad alzarsi ore e ore prima per superare tutti gli esasperanti controlli messi in atto (illegalmente) da Israele: tornelli, ispezione del bagaglio, impronta digitale, verifica del permesso, in una lenta, triste e incomprensibile processione…

“Il freddo del mattino ancora lontano.
Il buio della notte rischiarato solo dai fanali delle automobili.
Poche parole, un po’ per il sonno, un po’ per la circostanza, che ha il sapore delle cose grandi che non si capiscono subito, che non si capiscono davvero.
Il check-point: parola sentita e ripetuta un’infinità di volte in questi giorni, eppure ancora solo parola, nudo suono distaccato da una qualsiasi concretezza. Cos’è davvero camminare ogni giorno alle quattro del mattino dentro una lunga gabbia di ferro? Con te solo le poche cose necessarie, vicino a te la notte profonda, o il sole dell’estate, la pioggia battente, il rumore dei passi di chi è costretto alla tua stessa routine, il profumo di caffè come fosse ‘casa’. Cosa significa mostrare i propri documenti una, due, tre volte a un militare così lontano, così distante, distaccato, quasi offuscato da un vetro? Cosa provi quando ti vedi costretto a tornare indietro, dopo magari una lunga attesa, a causa di un permesso scaduto? Cosa provi ogni giorno a fare tutto questo per andare al lavoro, per andare dalla tua terra alla tua terra che ti è stata sottratta, rubata, cosa provi?
Io non lo so, non lo posso neanche lontanamente capire. E mi sento così estranea al tuo fianco, così fuori luogo passando i controlli senza alcun problema, sento il suono dei miei passi così diverso da quello affrettato del tuo.”
Torniamo all’aperto. Respiriamo sollevati la brezza mattutina di questa città, santa per tutti, non per tutti accessibile.

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21 agosto: anche per una comitiva come la nostra, interessata più all’incontro con le persone che alla visita di vecchie pietre, una tappa a Gerusalemme e al Santo Sepolcro è irrinunciabile.
Il pullman ci lascia a San Pietro in Gallicantu, luogo dove secondo la leggenda l’apostolo Pietro scoppiò in lacrime dopo aver udito il canto del gallo. Lì ci accoglie un frate francescano, felice di prodigarsi in una lezione storico-archeologica sulle vicissitudini millenarie della città santa, aiutandosi prima con un plastico, quindi con l’invidiabile panorama che si gode da una terrazza adiacente. Da ultimo, ci invita a lanciare un’occhiata alla collina del Cattivo Consiglio, così chiamata perché si dice che lì il sinedrio decretò la morte di Gesù Cristo. Ora, per un beffardo capriccio del destino, in quel punto sorge la sede delle Nazioni Unite.
Dopo una breve passeggiata e i consueti controlli dell’esercito, possiamo accedere al Muro del Pianto, gremito di ebrei intenti a pregare con la voce e con un movimento oscillatorio del corpo, ligi a un salmo che esorta a rivolgersi a Dio “con tutte le ossa”. Ogni fessura del muro straripa di bigliettini contenenti le più disparate invocazioni.
Ci allontaniamo, attraversiamo il Cardo e sbuchiamo davanti al Santo Sepolcro. Appena entrati, veniamo investiti dal profumo penetrante degli oli che cospargono la lastra di pietra su cui si presume sia stato deposto Gesù. Una rapida visita alla cappella armena e a quella siriana, che alcuni anni fa fu oggetto di un tentativo di restauro; qualcuno interpretò tale gesto come una violazione dello “status quo” che regola in modo maniacale la suddivisione degli spazi della basilica, e decise bene di darle fuoco. Da allora la comunità siriana, timorosa di ulteriori ritorsioni, continua a celebrare rassegnata su un altare semi-carbonizzato.
Superiamo la lunga fila che si snoda fuori dall’ingresso al sepolcro e ci inerpichiamo sulle scalette che conducono al luogo della crocifissione: i pellegrini si inchinano con riverenza nel punto in cui si erge la nuda roccia ove fu infissa la croce.
Usciamo frastornati da questo luogo di culto e ci rigettiamo in un attimo nel trambusto degli affari presenti, concludendo il nostro tour nel vivace caos del quartiere arabo.

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Appena arrivati a Hebron non si può che provare un grande senso di sconforto nel vedere una città dalla storia millenaria oramai ridotta ad una trincea a cielo aperto: sopra i tetti le torrette di guardia, appollaiate come avvoltoi, scrutano guardinghe quel che rimane del suok, un tempo cuore della vita economica e sociale, luogo in cui assaporare i colori e gli odori delle spezie o ascoltare le urla dei mercanti.
Hebron è una delle città più antiche del modo, la sua età è stimata attorno ai 5000 anni e nel corso dei secoli è stata abitata sia da popolazioni ebraiche sia, nell’epoca più recente, da popolazioni islamiche. Questa “vecchia signora” è un centro molto importante per la religione di ambedue i popoli, in quanto luogo di sepoltura di Abramo, patriarca per gli ebrei come per i musulmani, e, secondo la leggenda, località in cui si insediarono Adamo ed Eva dopo la cacciata dal paradiso terrestre.
Nel 1967 Moshe Levinger, alla guida di un gruppo di ebrei ultraortodossi, occupò Hebron, stabilendosi con l’avallo del esercito nel centro città, popolato principalmente da palestinesi.
La convivenza tra i due gruppi etnici risultò pressoché impossibile: gli ebrei cercarono di scacciare i palestinesi attraverso attacchi mirati a danneggiare e demoralizzare la popolazione, finché la città si trasformò, da luogo di devozione dove i due popoli avrebbero potuto condividere la preghiera ad Abramo, a teatro di scontri quotidiani.
Noi abbiamo raggiunto Hebron nel pomeriggio del 20 agosto

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e siamo stati accolti da Youth Against Settlement, un’associazione di giovani che si oppone al tentativo dei coloni di conquistare la città organizzando tour guidati nei quali vengono mostrate ai turisti le violenze che i cittadini, logicamente palestinesi, sono costretti a subire ogni giorno.
Nel nostro tour siamo passati attraverso il suok, tristemente deserto; sopra le nostre teste erano state tese delle reti per proteggere mercato e passanti dalle pietre e dalla spazzatura che i coloni lanciano abitualmente sulla strada. Ci siamo poi fermati di fronte al vecchio ingresso di Shuhada street, arteria principale della città araba, da cui dipendevano economicamente decine di famiglie. Con l’inasprirsi degli scontri è stata chiusa ai palestinesi per “ragioni di sicurezza” e ora gli attivisti di YAS lottano disperatamente per la sua riapertura. Abbiamo concluso il nostro tour con la visita della sezione della moschea di Abramo riservata agli ebrei, dove la nostra guida non è potuta entrare in quanto palestinese.
Rientrati alla sede di Youth Against Settlement, ci siamo uniti ai festeggiamenti per l’esame di maturità di due attivisti del centro, non senza qualche timore: a pochi metri da noi infatti si trovava una casa di coloni israeliani, sorvegliata da soldati seccati per la presenza di tante persone nella casa palestinese, sotto il cui sguardo vigile ci siamo infine addormentati.

La visita a questa città, l’ascolto delle testimonianze di cittadini uniti nel loro impegno a restare umani nonostante tutto, ci fanno capire che per resistere è necessario parlare delle ingiustizie a testa alta, opporsi a queste ultime e, perché no, anche solo continuare a festeggiare insieme i piccoli momenti felici di una quotidianità sempre più straziata da questo assurdo conflitto.

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20 agosto: qui a San Pitale sono molti gli esempi di “resistenza non violenta” all’occupazione (violenta) dei coloni israeliani. Abbiamo passato la mattinata ad At- Tuwani, un piccolo villaggio sulle colline a sud di Hebron accerchiato da avamposti e cinque colonie israeliane. Ad At-Tuwani la scuola è frequentata anche dai bambini provenienti dai villaggi vicini, che per raggiungerla devono percorrere a piedi una strada che passa proprio sotto la colonia di Ma’on, i cui abitanti sono molto aggressivi. I coloni, al passaggio dei bambini palestinesi, li colpiscono dall’alto con pietre o altri oggetti, mentre altri li picchiano utilizzando anche bastoni e catene. 

Ad At-Tuwani siamo stati accolti da alcuni volontari di “Operazione Colomba”, un progetto dell’associazione “Papa Giovanni XXIII”. In particolare abbiamo ascoltato la testimonianza di Elena e Federico, i quali ci hanno spiegato che l’associazione è operativa in Palestina dal 2004 e principalmente si occupa di documentare attraverso video la prepotenza e le minacce degli israeliani. I volontari internazionali scortano anche i pastori e le famiglie palestinesi attraverso le aree più esposte agli attacchi dei coloni. Più volte, in passato, sono stati attaccati mentre accompagnavano i bambini palestinesi a scuola, per questo si sono rivolti alla Corte Israeliana ottenendo che siano i militari israeliani ad occuparsi della scorta e i volontari controllano così la loro effettiva presenza. Un altro importante compito è quello di collaborare con associazioni e gruppi israeliani per la difesa legale degli abitanti del villaggio, spesso arrestati arbitrariamente. Si tratta di un piccolo, quanto importante tentativo di chiedere giustizia di fronte alla violazione dei diritti fondamentali dell’uomo.

Dopo aver ascoltato la loro coraggiosa testimonianza siamo andati nel centro del villaggio e, chi seduto a terra, chi sulle sedie, abbiamo mangiato insieme agli abitanti di At-Tuwani e giocato un po’ con i bambini. Dopo pranzo ecco una nuova testimonianza: questa volta si tratta della storia di una donna del villaggio, Kifah Addara. Siede accanto ad Elena, la quale legge per noi la sua storia. Scopriamo così che Kifah è la fondatrice della  Cooperativa delle Donne, cooperativa che, nonostante la diffidenza dimostrata inizialmente dalla componente maschile del villaggio, sta contribuendo attivamente al progresso di At-Tuwani. Le donne coinvolte sono circa una trentina e insieme si occupano della produzione, della confezione e dunque della vendita di oggetti di artigianato locale (vestiti, borse, braccialetti..); il ricavato viene utilizzato per pagare le cauzioni dei concittadini arrestati, o per sostenere economicamente le giovani ragazze di At-tuwani e dintorni nella loro carriera scolastica. 
Dopo la testimonianza ci siamo rilassati sulle note di canzoni intonate da altri ospiti internazionali. Immancabile anche in questa occasione è il tè palestinese, che nonostante il caldo è sempre molto apprezzato!

Nel pomeriggio ci aspetta però ancora una nuova importante esperienza: la visita di Hebron. 

16 agosto: aereo e poi, finalmente, dopo un anno di attesa, Palestina.

Trascorse le cinque ore di volo, atterrare all’aeroporto di Tel Aviv è meno problematico del previsto: l’aspettativa di interminabili domande e minuziosi controlli, solitamente volti a logorare il morale di turisti o possibili attivisti, è stata fortunatamente delusa.

Aggirati i confini della Cisgiordania per riuscire poi ad entrarvi, raggiungiamo Ia’ bad e la casa della famiglia Handam, due figli della quale fanno parte del gruppo scout di Gallarate: qui siamo accolti sorseggiando the e ammirando dalla terrazza il nostro primo paesaggio palestinese. Al tramonto, conosciamo i parenti e i vicini cenando e vivendo con loro un momento di condivisione con canti e danze arabe. Poi la notte, sotto un cielo di stelle e fuochi d’artificio.

L’indomani, dopo una visita ai terreni di proprietà della famiglia coltivati a tabacco e olive, arriviamo a Nablus, dove ci immergiamo nei colori e nel calore del mercato: a differenza dei nostri, questo è estremamente vivo, popolato da mille voci, permeato dall’odore delle spezie.

Con un ulteriore spostamento, arriviamo a Beit Sahour, alle porte di Betlemme, dove, ospitati dagli scout del gruppo locale con sede alla Chiesa Latina, ci viene offerta una cena d’accoglienza.

18 agosto: insieme agli altri pellegrini di giustizia, arrivati in Palestina il giorno precedente e ospitati dalle famiglie di Beit Jala, abbiamo un momento di confronto al ‘Campo dei pastori’, riflettendo circa il tema dell’occupazione, cogliendo degli spunti da passi del Vangelo.

Quindi, il muro. 

Con la testimonianza di Anna, volontaria italiana attiva nella Valle del Giordano prima e nella zona di Betlemme poi, ci avviciniamo alle realtà dei coloni e dei beduini. Nell’incontro con il responsabile dell’associazione palestinese Jordan Valley’s Solidariety, il tema centrale è quello dell’acqua, della sua gestione, del suo valore: infatti, i palestinesi possono usufruirne per 30 litri pro capite al giorno, contro i 300 disponibili ai coloni. Il pranzo offerto dall’associazione è occasione per conoscere un’ulteriore modalità di resistenza all’occupazione: il tentativo avviene cercando di evitare l’approvvigionamento tramite canali istituzionali (sia per quanto riguarda i beni di primo consumo, sia per gli aiuti economici provenienti dall’estero) che equivarrebbe per via della tassazione ad un guadagno anche per Israele.

A conclusione della giornata ci fermiamo davanti al deserto, dove abbiamo l’occasione di fermarci a riflettere su questi primi giorni in Palestina, di Palestina.

L’incontro con nostri coetanei, così vicini e, al contempo, così lontani, come momento di scambio culturale.

L’ospitalità e il calore umano.

La tenacia e la volontà del fare, il desiderio di non arrendersi.

Esistere è resistere. E viceversa.

…si parte!

Domani mattina, sul presto, decollerà da Malpensa l’aereo che ci porterà a Tel-Aviv… dopo l’incontro preparatorio avvenuto a Firenze il 20-22 luglio l’attesa per questa partenza si è fatta intensa e adesso, messe le ultime cose nello zaino, inizia a farsi sentire quella paura di chi, anche se si è preparato molto e ne ha parlato parecchio, non sa bene a cosa va incontro.

Arrivederci in Palestina!

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